Incontro con la traduttrice #2

English version here.

Precedente capitolo della saga qui.


Io e la traduttrice ci siamo visti di nuovo oggi. Ero un po’ nervoso, ma non tanto quanto la prima volta; ci sto prendendo la mano, e sarà meglio che mi abitui visto che ho la netta impressione che gran parte del processo per diventare scrittore consista nel parlare alla gente e convincerla in qualche modo che quello che ho scritto non faccia completamente cagare (proprio quello a cui sono più bravo ← ironia).

È andato tutto bene, lei è stata molto gentile e professionale come al solito e abbiamo rivisto tutti i punti che io avevo identificato come problematici. Abbiamo apportato le opportune correzioni, ovvero lei le ha apportate mentre io le sedevo di fronte e cercavo di dare una mano come meglio potevo.

Adesso il libro è pronto per essere mandato a zonzo.

Questa è la parte peggiore. La parte in cui vedrò se lo scialacquamento delle mie finanze sia servito a qualcosa oppure se io le abbia buttate al vento inseguendo una chimera, una fra le tante a cui corro dietro di solito. La traduttrice si è complimentata con me per il mio lavoro e mi ha promesso, ancora una volta, che scriverà personalmente alla casa editrice a cui lo voglio mandare per prima – che fra l’altro è anche la casa editrice con cui scrive e per cui traduce lei stessa – consigliando il mio libro. Io non ho potuto fare altro che ringraziare sentitamente, sentendomi un po’ uno che non ha capito bene la situazione – ancora non mi è chiaro perché lei mi stia aiutando così tanto. Forse è una santa – e un po’ un raccomandato. Uno che si è comprato il biglietto d’accesso, visto che la traduttrice l’ho pagata di tasca mia e la pagherò un altro po’ se la casa dovesse accettare il mio romanzo. Ok, lo so, mi rendo conto, non sto facendo niente di eccezionale, investire nei propri progetti è normale. Sono forse un “raccomandato del pianoforte” perché mi sono comprato un piano di seconda mano? Eppure il disagio un poco rimane.

Quella della traduzione fra l’altro resta una nota dolente. Ne abbiamo parlato proprio oggi, di un pensiero che ha cominciato a ronzarmi in testa fin dal primo momento in cui la traduttrice ha accettato l’incarico: se anche il mio libro venisse preso da una casa, richiederebbe delle modifiche. Questo è sicuro, perché è il mio primo libro e fidatevi, si vede. Tendo a essere terribilmente prolisso (scommetto che non lo avevate notato XD). Naturalmente non potrei poi mandare il testo modificato direttamente alla casa, perché non capirebbero un cazzo (per ovvie ragioni); dovrei passare nuovamente attraverso la traduttrice.
«Eh sì,» mi ha detto lei, «loro non avranno di sicuro voglia di addossarsi le spese.»

Eh già. Mi sa anche a me. Ma questo significa che per ogni modifica io dovrei sborsare altri soldi.

Guardate tutti i soldi che sto sprecando

Mi sento un po’ svenire al pensiero. I miei risparmi ne uscirebbero considerevolmente danneggiati. Potrebbe pure succedere che, pure se il libro fosse pubblicato e anche se vendesse un pochino, i miei guadagni netti finiscano in negativo. Potrebbe essere che io finisca con lo spendere più soldi per pubblicare questo romanzo di quelli che forse ne ricaverò. Certo, se vendo tanto quanto Stephen King otterrei un guadagno, ma non si diventa Stephen King col primo libro.

Ho deciso che ne sarebbe comunque valsa la pena. Un po’ perché adesso sono in ballo quindi mi tocca ballare, ma anche perché un libro finalmente pubblicato sarebbe un gran cosa e, e qui arriva la seconda parte del mio piano diabolico, potrebbe aprirmi le porte dell’editoria italiana. Se io vado da una casa editrice italiana con un libro già pubblicato all’estero, con già un contratto con una casa estera, avrei molte più possibilità di convincerli a pubblicarmi che non presentandomi come il signor Nessuno. Come ho fatto un paio di anni fa, ricevendo assolutamente zero risposte se escludiamo quella che mi arrivò due settimane dopo – veloce per la valutazione di un libro, considerando tutti quelli che devono ricevere. Talmente veloce che non credo l’abbiano nemmeno aperto – dicendomi “no grazie tante”.

Anzi, piano ancora più diabolico: potrei addirittura rompere i coglioni alla casa editrice estera (che mi aspetto abbia contatti con case editrici italiane per la faccenda dei diritti) per convincere una casa editrice italiana a prendermi.

Sono un genio del male.

Se la casa italiana mi prendesse, potrei scrivere i libri in italiano per essa, e ad opera ultimata potremmo passarli a quella estera, che in tal modo non dovrebbe sorbirsi tutta la grana di perfezionare il libro e pagherebbe invece la traduttrice per tradurlo punto e basta. Così non dovrei pagarla io.

Insomma questo piano consiste nel rompere i coglioni a molta gente. Il primo passo è convincere una casa editrice di qua a pubblicarlo. Vi prego di augurarmi buona fortuna perché me ne servirà molta. Troppa.

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